Femminismo, musica e autodeterminazione: la „sorella ribelle“ del liberalismo al centro – Approfondimenti da „Schallwelten“ episodio 32 del 27.4.2026

Il 32° episodio di ‘Schallwelten’ affronta un tema che va ben oltre un classico dibattito sulla parità: il femminismo vi appare come una compagna critica del liberalismo, come forza di autodeterminazione e come correttivo dei rapporti di potere culturali. Per le persone autodeterminate di ogni estrazione, questa prospettiva è produttiva perché non considera la storia delle idee politiche, la musica e la cultura come separate, ma come spazi interconnessi.

Il particolare valore di questa puntata risiede nel fatto che traccia linee storiche da Olympe de Gouges fino al presente e, al contempo, si interroga su come la libertà nella musica possa essere ascoltata, raccontata e istituzionalizzata. Poiché l'autodeterminazione non è solo un concetto filosofico. Riguarda l'accesso ai palcoscenici, la paternità artistica, la visibilità, la protezione dalla violenza e la questione di chi trovi posto nella memoria culturale e chi svanisca.

Perché il femminismo sfida le promesse di libertà del liberalismo

La formula della ‘sorella ribelle’ del liberalismo è così azzeccata perché il femminismo prende sul serio la sua promessa centrale: libertà e uguaglianza per tutti. Allo stesso tempo, l'esperienza storica dimostra che questi diritti sono stati spesso concessi alle donne solo in ritardo o in modo limitato. In Germania, ad esempio, fino al 1977 le donne potevano lavorare solo con il consenso del marito, e solo nel 1984 il diritto di voto femminile era stato introdotto in tutti i paesi europei, come emerge da un'analisi su (Deutschlandfunk Nova) è evidenziato.

La promessa di uguaglianza non può essere mantenuta, e ciò a causa della natura patriarcale dell'ordine liberale. Il patriarcato vi è strutturalmente iscritto. La marginalizzazione viene costantemente riprodotta.
— Gülay Çağlar, Deutschlandfunk Nova

I dati attuali mostrano quanto il tema sia ancora combattuto. Secondo Ipsos, ritengono 62 % delle persone in Germania ritiene importante la parità a livello personale, ma 46 % ritengono al tempo stesso che sia già stato fatto abbastanzaIpsosQuesta tensione tra approvazione e stanchezza spiega perché il femminismo venga spesso letto culturalmente come un disturbo, nonostante renda visibili i deficit democratici.

Impostazioni selezionate sulla parità di genere in Germania
Indicatore Valore Contesto
L'uguaglianza è importante a livello personale 62 % Germania 2026
È già stato fatto abbastanza 46 % Germania 2026
Più donne in posizioni di responsabilità migliorano il paese 52 % Germania 2026
L'uguaglianza è già stata raggiunta 13 % Germania 2026
Origine Ipsos

Per l'educazione civica questo è esattamente il punto cruciale: il femminismo non è una nota a margine della modernità, ma una critica fondamentale a chi sia stata effettivamente riconosciuta la libertà nel corso della storia.

Da Olympe de Gouges a Fanny Mendelssohn: l'invisibilità come storia culturale del femminismo

’Schallwelten’ parte opportunamente dalle origini storiche. Olympe de Gouges è l'emblema del femminismo delle origini, poiché non rifiutò la Rivoluzione francese dall'esterno, ma prese in parola il suo stesso linguaggio. Se l'eguaglianza doveva valere universalmente, perché non anche per le donne? La sua ‘Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina’ non fu dunque un semplice testo aggiuntivo, bensì una fondamentale messa a nudo delle esclusioni politiche.

Nella storia della musica e della cultura questo schema si ripete. Le donne erano presenti, ma spesso non come soggetti autonomi. Ciò si manifesta da un lato nei personaggi operari e letterari del XIX secolo, in cui le donne appaiono frequentemente come superfici di proiezione disposte al sacrificio dello sviluppo maschile. Dall'altro lato si manifesta nelle biografie reali: Fanny Mendelssohn compose centinaia di opere, ma in vita non le fu permesso di pubblicarle a pieno titolo con il proprio nome. La sua fama postuma è stata a lungo mediata attraverso la parentela maschile anziché attraverso la sua stessa autorità compositiva.

Pertanto, per la didattica e il lavoro storico-culturale vale la pena seguire un triplice approccio metodologico:

Tre domande per l'analisi dell'arte e della musica

  1. Chi parla? La figura femminile viene rappresentata o prende lei stessa la parola?
  2. Chi viene ricordato? L'artista è entrata nel canone o è rimasta solo nell'ombra di uomini famosi?
  3. Quale libertà manca? Si tratta di libertà di espressione estetica o di limitazione legale e sociale?

Chi applica sistematicamente queste domande non legge le opere contro il loro tempo, ma più accuratamente dentro il loro tempo.

Autodeterminazione nella musica: tra palco, mercato e digital gatekeeping

Oggi la questione del femminismo e dell'autodeterminazione nella musica si pone sotto auspici differenti. Il settore è più digitale, più veloce e più orientato alla visibilità che mai. Secondo il BVMI, il fatturato commerciale totale dell'industria musicale in Germania nel 2025 è stato pari a 2,42 miliardi di euro, di cui 84,4 % in streaming; 85,8 % del negozio erano digitali (BVMICiò significa che chi non diventa visibile in playlist, piattaforme, logiche di raccomandazione e spazi pubblici digitali rimane più facilmente emarginato dal punto di vista culturale.

Questo sviluppo non allontana le questioni femministe dalla musica, ma le sposta nel cuore della sua quotidianità produttiva. Si tratta di curatela, di attenzione algoritmica, della composizione di giurie, di programmi di studio e di posizioni di leadership. Il collettivo FEMMUSICA_ sottolinea in questo contesto che la diversità è qualcosa di più di una semplice parola d'ordine solo se le strutture vengono attivamente modificate (UdK Berlino).

Ci vuole più diversità, non solo per quanto riguarda donne e uomini, ma in generale. Per farlo, bisogna creare processi attivi e cambiare le strutture.
— Rosanna Lovell, Universität der Künste Berlin

Un errore comune nelle istituzioni culturali consiste nel confondere la rappresentazione con i singoli casi. Una singola direttrice d'orchestra, compositrice o direttrice artistica non cambia ancora un canone. Ciò che è decisivo sono le procedure durature: processi di selezione trasparenti, una politica di repertorio più ampia, una didattica orientata alla parità di genere e spazi di lavoro protetti.

L'autodeterminazione non si ferma all'estetica: violenza, sfera pubblica e partecipazione culturale

L'episodio del podcast richiama indirettamente l'attenzione su un punto che in molti dibattiti culturali viene trattato in modo troppo superficiale: l'autodeterminazione non è solo la libertà di creare arte. Essa presuppone sicurezza fisica, riconoscimento sociale e reale potere d'azione. Proprio qui le analisi femministe diventano particolarmente acute.

Con lo studio LeSuBiA, l'Ufficio federale di polizia criminale evidenzia una massiccia cifra oscura di violenza di coppia e sessualizzata. L'indagine si basa su circa 15.000 intervistati e mostra che quasi una persona su sei subisce violenza fisica all'interno della relazione; allo stesso tempo, solo pochi reati vengono denunziati (BKA).

I numeri rendono visibile ciò che è rimasto a lungo nascosto: la cifra nera della violenza domestica e sessualizzata è enorme. La violenza non è un fenomeno marginale, riguarda milioni di persone nel nostro Paese. Quasi una persona su sei subisce violenza fisica all'interno della coppia e 19 reati su 20 non vengono denunciati.
— Karin Prien, Bundeskriminalamt

Per la cultura e la musica questo significa che chi parla di libertà femminile sul palco deve anche parlare delle condizioni in cui le persone possono effettivamente esibirsi liberamente, viaggiare, pubblicare e prendere posizione pubblicamente. A ciò si aggiunge la violenza digitale che, secondo i dibattiti sulla parità di genere, minaccia sempre più anche la visibilità culturale. Ne sono colpite in particolare le donne e le persone queer che appescono in pubblico. Il femminismo qui non è mera teoria, bensì una pratica di protezione e partecipazione.

Icone ambivalenti e voci dimenticate:

‘Schallwelten’ è particolarmente forte laddove l'episodio non cerca eroine impeccabili. Figure come Janis Joplin o Ingeborg Bachmann dimostrano che l'emancipazione femminile nella modernità si sviluppa spesso in modo contraddittorio. Le artiste possono rompere gli schemi dei ruoli e allo stesso tempo soffrire per le aspettative patriarcali, i mercati o la propria autoimmagine. Questa ambivalenza non è un difetto dell'analisi, ma il suo nucleo.

Lo stesso vale per nomi meno noti come Ella Adalewski o Ethel Smyth. Proprio essi sono interessanti per le istituzioni educative perché mostrano come funziona la formazione del canone: non in modo neutrale, ma attraverso archivi, istituzioni e sovranità interpretative. Chi pianifica seminari, lezioni o drammaturgie concertistiche non dovrebbe quindi limitarsi ad ‘aggiungere donne’, ma ristrutturare la narrazione stessa.

In pratica, questo significa:

Ecco come integrare concretamente prospettive femministe

  • Scegliere il repertorio non in base alla notorietà, ma alla diversità di prospettive.
  • Collegare le opere a contesti storico-giuridici e politici.
  • Leggere le biografie non in modo isolato, ma come parte di strutture di potere.
  • Chiedere a studenti e pubblico quali voci mancano nella memoria culturale.

Chi vuole pensare storicamente insieme musica e potere, lo trova anche nel contributo su Gabriele D’Annunzio e il fascismo una controparte utile: lì diventa visibile quanto strettamente estetica e ordine politico possano essere connessi.

Cosa fare adesso: prendere sul serio il femminismo come pratica educativa e culturale

Forse l'intuizione più importante dell'episodio 32 è questa: il femminismo non è né una mera ideologia né una semplice politica dell'identità, bensì una forma analitica e pratica per pensare la libertà in modo più preciso. Esso si interroga su chi abbia accesso al linguaggio, alla scena, alle istituzioni e alla memoria. Proprio nella musica e nella cultura appare evidente quanto le vecchie gerarchie persistano caparbiamente, anche quando le società moderne si considerano da tempo aperte e liberali.

Per le istituzioni educative, questo significa coniugare la profondità di campo storica con la rilevanza per il presente. Per gli appassionati di storia, significa riconoscere l'invisibilità come parte della storia.

Il passo successivo più produttivo non è quindi un impegno simbolico, bensì una pratica concreta: discutere podcast come ‘Schallwelten’ nei seminarî, includere compositrici e autrici dimenticate nei piani di studio, analizzare consapevolmente le immagini delle donne nell'opera, nel cinema e nella letteratura e denunciare le esclusioni sia digitali che istituzionali. È proprio lì che il concetto di autodeterminazione diventa una realtà culturale. Chi non vuole solo ascoltare la musica, ma comprenderla socialmente, non può prescindere da questa triade di femminismo, liberalismo e cultura.